Anche sola va bene…

Quando si decide di partire, di andare, di esplorare si sa che non si tornerà identici a prima. E’ vero che chi parte sa da cosa fugge, ma non sa che cosa cerca; non si va mai troppo lontano dal proprio ombelico, fuggire da se stessi è in fondo impossibile, però possiamo scavalcare e superare quello che di noi ci ha stancato e provare a vivere diversamente se non riusciamo ad essere diversi.
Da tanti anni con malinconia metto in fila i miei errori, li guardo, non so se ho imparato davvero a non commetterli più, ogni tanto li rispolvero, stanno tutti in fila a ricordarmi che sono la causa delle relazioni fallite, di tutte le mie paure.
A volte ci si sente prigionieri di uno sbaglio, la porta ci si chiude in faccia, abbiamo paura di ripeterlo e allora troviamo scuse per galleggiare nei marosi della vita, dando tutto il peso alla corrente. Troppo facile essere un corpo morto! Troppo facile guardare la vita degli altri da dietro un vetro, perchè in fondo siamo rimasti delusi e scottati quando ci siamo fatti toccare l’anima. E se erano mani sporche, non adatte a noi, la ferita fa male, è più tossica, è profonda ed è talmente doloroso conviverci che non c’è un posto nel mondo nel quale sentirsi al sicuro.
Nessuno potrà mai guarirci se non scegliamo noi di mettere i tagli al sole. All’inizio quei lividi faranno schifo a tutti, sembrerai così deforme ed esausto che nessuno avrà la forza e il coraggio di tenerti compagnia. Ti dovrai salvare da solo, la tempesta nella quale sei finito è solo tua e tu dovrai uscirne. Ogni giorno un po’ di sole, ogni giorno un po’ di vento a dare aria a respiri nuovi, la burrasca comincerà a calmarsi e tornerai a riva. Sarai stanco ancora, impaurito, affamato, irriconoscibile, un po’ più uomo, un po’ più donna.
E’ così che succede, ma nessuno può assicurartelo se non ci credi per primo nella salvezza e di rincontrarti un giorno su una spiaggia, di rivederti come non sei mai stato, riconoscendo in occhi che non sono tuoi la versione migliore di tutto quello che avresti potuto essere e non sei riuscito ad essere, almeno fino a quel giorno.
Un giorno ti troverai al livello del mare a ficcare lo sguardo in un cielo sereno, a respirare aria tersa, a sentirti dentro al tuo viaggio con una salita da fare, ma ormai saprai di essere esperto: sai dosare le tue energie, assecondare le pause e sei tu che batti il tempo, quello che sa di cura.
E mentre sali, hai il fiatone, arriva. E’ un lampo, è un attimo, che disarma la vita aspra e disillusa.
E’ già passata, ma tu sei nuovo. Adesso sai vederla, rubarla, tenerla al sicuro dagli dei invidiosi. Hai l’eco ancora nelle orecchie, mentre scendi e stai attento a non cadere. Come ci sei riuscito, finalmente, non lo sai, oppure sì, ma te ne vai zitto col tuo segreto.

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Dear love…

Caro amore,
inutile, piccolo, grande, superfluo, consunto. Sei già troppe parole e allora vuol dire che non esisti più. Non esistono più pelle, gesti, ossa. Non esisti e non c’è poesia che tenga, ricordo sospeso, eterni discorsi fatti davanti ad una birra in questa vita straniera a cui tu non appartieni e non appartengo nemmeno io, come in una attesa che sembra eterna ed è già finita.
Non è servito scrivere, insultarti, baciare altre bocche tutte con lo stesso sapore di tabacco e malto, per sentire qualcosa di diverso, non è servito nemmeno l’illusione di farci l’amore, perchè eri tu l’amore, il mio.
Nulla vale qui. Eppure ho provato davvero ad andare avanti, ad innamorarmi ancora, a sperare che quella magia di un incontro fortuito tornasse e ogni volta che a me si avvicina qualcosa comincio a pensare fatalmente ad un destino che possa dare risposta a questo dolore.
Niente vale. Ormai sei solo un’ombra, quel fantasma di notte che mi arriva in sogno, vestito di bianco con un’altra persona accanto e quel sogno è così reale: tu non mi guardi mai, in fondo di me hai voluto vedere quello che si vedeva.
Già che ti scrivo tu non esisti, sei solo la nostalgia di una felicità illusa, svanita, temporanea. E i tuoi difetti li ho esaminati tutti da cima a fondo in queste ore vuote, le ho riempite di tutti i ricordi tristi, delle tue foto sparse nel web mentre sorridi in una spa, un ristorante, a bordo piscina, nei posti in cui siamo stati insieme. Avrei voluto odiarti, ma anche lì ho fallito. Forse semplicemente chi ha detto che l’amore si odia era solo arrabbiato.
Penso che ci sia un mondo migliore dopo di te, si nasconde bene, caro amore. Me lo dicono tutti, finirò per crederci. Si può scordare una persona, ma non quegli attimi di felicità e serenità assoluta.
Caro amore che mi sfiori ogni lustro e mi illudi, fammi capire come si possano piantare germogli su macerie, insegnami a costruire, a somigliarti, a viverti ogni giorno, ad abbellirti nonostante i cieli bigi. Sei così crudele, eppure ogni volta che ti so nel mio continente ricordo perchè un giorno ho capito che ti amavo. Ci conoscevamo da poco, ti ho sfiorato, ti ho annusato e mi sono sentita a casa. E’ banale, non eri davvero tu, eppure era quella lì la felicità.
Poi mi dico: perchè essere felice, quando posso essere normale?

#love #dearlove #pensieri #post #provediscrittura #scrivascriva

Filippo non vuole studiare…

Quando studiavo per l’anno di prova, il primo della mia carriera, perché me ne hanno fatti fare due per ogni grado di scuola in cui insegno e ho insegnato, c’era il caso di questo Filippo che non voleva studiare.

Ciuccio, somaro, asino, ragazzo perduto, alunno difficile, feccia da scansare: troppe definizioni date ad un adolescente che probabilmente non aveva il coraggio di dire che non riusciva a leggere una pagina, che questo gli generava una rabbia dentro tale da farlo agitare, da fargli sentire la scuola come un luogo estraneo, spaventoso, da cui difendersi e da distruggere. C’è una sigla per definire i ragazzi come Filippo: sono gli ADHD. Una volta in una prima media me ne trovai uno in classe, era furioso come un animale che è inciampato in una tagliola. Aveva un insegnante di sostegno, degli assistenti, tutto il mondo per lui, dei genitori squinternati che però venivano ai colloqui. Poi c’ero io che tentavo di parlarci, perché quel ragazzo così impossibile era intelligentissimo, ma tutto quello che imparava veniva lavato via dal suo essere un reietto, un diverso. Spesso, nonostante avessi altri 22 ragazzini in classe, mi sedevo accanto a lui, la vicinanza fisica lo esaltava, ci parlavo, gli facevo una carezza sulla testa e soprattutto facevo lezione da lì. In ogni caso ne avevo altri 22 da tenere a bada. Un giorno G. dà di matto, io mi sono sentita persa, ero molto più giovane di oggi, poi mi venne questa intuizione data dalla disperazione: presi lo specchietto nella borsa e lo feci guardare allo specchio e mi feci descrivere cosa vedeva. G. si calmò quel giorno, ma nonostante le promesse il suo rifiuto per la scuola, le regole, il suo voler prevaricare sugli altri vincevano sempre. Dopo qualche mese i genitori lo fecero trasferire in una comunità educativa. Di lui non ho saputo più niente.

Ci sono dei ragazzi che restano dentro più di altri, nei loro occhi vedo sempre la disperazione, la stessa che ho visto oggi, c’era una durezza di chi dentro ha una fragilità estrema, una vita in bilico, un futuro incerto. Sei extracomunitario, la società ti pensa come un nemico, sei musulmano, scrivi e parli poco la lingua, però sai perfettamente l’arabo e ti annoi e fai il prepotente, per vendetta, perché sei stanco di sembrare diverso. Vuoi attenzione, tuo padre lavora 19 ore al giorno, tua madre sta molto zitta e poi ti hanno cresciuto pensando che una donna vale un po’ di meno. Però stiamo lì occhi negli occhi e tu mi guardi come chi ha capito. Io non so proprio cosa posso fare per te, se posso migliorare in qualche modo la tua esistenza, però penso che quegli occhi come quelli di G, li porterò dentro per un po’, anche quando mi farai incazzare e maledire questo lavoro. Spero, ragazzo mio, che tu trovi da qualche parte uno stimolo per reagire alla vita che gente populista e razzista ha già disegnato per te, di sfuggire ai dogmi dei padri, di essere libero. Io posso mostrarti la porta, ma la chiave ce l’hai solo tu e solo tu puoi aprirla, scegliere di farlo, averne la forza, oppure restare indietro.

Filippo non vuole studiare, Filippo non sa in fondo perché dovrebbe farlo, come diventare migliore e crescere in un mondo di etichette, per il quale in fondo è un problema e una causa persa.

Filippo, sai che c’è? Che io vorrei tanto imparare da te, che ne dici?adolescenti

Di lunedi’ tutto e’ piu’ difficile…

Torniamo di lunedi’ dietro la cattedra, tutto sembra piu’ addormentato, ma non piu’ rilassato. La sala prof e’ invasa di anime in pena. Qualcuno commenta la domenica, ci si saluta appena, abbiamo tutti il viso smunto, come chi si ostina ad una vita che non riconosce come sua. C’e’ chi passa estraneo ed estraniato come se questo lavoro non gli appartenesse. Eccoci qui, senza timbrare il cartellino, a pensare alla prossima lezione e a tutto il resto da compilare da qui alla fine dell’anno.
La sala prof di una scuola grande e’ un microcosmo interessante di varia umanita’. Osservo tutti e spero di scorgere una faccia amica, ma tutti sembrano guardarmi senza vedermi. Ho ai piedi delle nuove scarpe, piu’ comode, la mia solita borsa, i pantaloni neri, gli occhi mezzi assonnati. So gia’ che la lezione di oggi sara’ noiosa, insegno le stesse stanche regole da una vita e oggi mentre cercavo di far capire l’utilita’ della divisione in sillabe ho finalmente capito che non c’e’ nessuna utilita’ se la lingua che parli in fondo sembra estranea.

 

I miei colleghi ed altri animali…

Come dice il nome che ho scelto per il blog, nella vita faccio l’insegnante, un mestiere che ho scelto e che mi ha scelto. Non dirò cosa insegno, almeno non per il momento, ma certo mi capita di essere sempre quella che ha più ore. Tutti pensano che fare la prof sia snervante per via dei ragazzi: maleducati, poco studiosi, zucche vuote, gente che vale zero. Ecco, io non lo penso, ma molti dei miei colleghi sì. Faccio questo lavoro da quindici anni e di colleghi seri e bravi, che fossero anche belle persone nella vita, ne ho incontrati pochi. I peggiori sono quelli che pensano di poter sempre insegnare tutto a tutti, quando invece l’atteggiamento auspicabile è quello di stare in ascolto e di imparare.

Gli anziani sono i peggiori, i giovani sono ancora peggio, perché pieni di studi universitari e poca voglia di capire chi hanno di fronte. L’anno scorso insegnavo in un istituto professionale dove c’erano pochissimi ragazzi, in pratica era una scuola femminile. Per me non farle truccare, pettinare, sorseggiare coca, mettersi il mascara durante le mie ore è stato uno strabiliante successo educativo. Ebbene, una di queste giovani leve in anno di prova, una tipa con la vocazione da grande intellettuale con la frustrazione di un lavoro meglio di niente, alla mia battuta ironica (non capirò mai come fanno a respirare le persone prive di ironia) rispose che io abbassavo il livello, come se il mio lavoro potesse misurarsi con una asticella. Però devo dire che questa collega è una bella ragazza e purtroppo la dicotomia bella e… intelligente, umile e competente è rara, ma non impossibile.

Poi ci sono gli anziani che mettono i voti alle anime, gli anziani che si lamentano sempre, quelli che detestano la tecnologia, quelli che giudicano e non valutano, quelli della 104 perché genitori dei mariti e parenti fino al quinto grado hanno malattie invalidanti e loro prendono l’aspirinetta ché il cuore vacilla, poi li vedi al bar a prendere un caffè, parlando di quello che hanno fatto nel week end. Il parente malato lo inseriscono spesso nei discorsi, del resto a lui devono tre giorni di lavoro in meno al mese, permessi orari e posizioni preferenziali in graduatoria.

Però ciò che di stucchevole esiste tra gli insegnanti è la paura del cambiamento: di lavoro, di metodo, di vestiti, di aule, di libri. Chi insegna è abitudinario, vuole lavorare vicino casa, così quando esce alla terza ora passa al mercato e poi torna a casa a fare pranzo a marito, figli ottuagenari ancora in casa. Ecco, una vera insegnante sa cucinare, ha tempo, se insegna da 25 anni poi non penso ripassi nemmeno più e non sia mai che si aggiorni, legga un libro, con la carta docente ha comprato il computer al figlio, poi al marito e alla fine al vicino di casa che le ha fatto un bonifico ambress ambress.
Per me la carta docente significa comprarmi libri costosi, andare ai concerti, al cinema e magari portarci anche qualche amico, insomma sento il dovere di muovere l’industria culturale e di farmi anche un corsetto ogni tanto che non fa mai male. Non voglio dire che io sia migliore degli altri, ce ne sono molti come me, ma non li ho mai incontrati davvero. Pensavo di sì, poi ho scoperto che era uno psicopatico narcisista.
Spesso ci sono tra i prof dei soggetti di questa specie e ritrovarseli tra i piedi e non riconoscerli subito può essere deleterio.
Poi ci sono le colleghe profumiere, che devono piacere a tutti, a tutti i costi raccontandosi una realtà che di fatto non esiste.
Alla fine ci sono quelle come me: inopportune, non a modo, indomabili, sincere, empatiche, che probabilmente non sanno insegnare niente però continuano ad imparare, che sono ancora curiose della vita, che vestono in modo improbabile, si truccano leggermente, quelle che si fanno notare perché da subito sembrano diverse. Ecco, però, io vorrei essere un po’ ancora giovane e poi anziana, profumiera, psicopatica narcisista. E forse narcisista un po’ lo sono. Io non so se per i miei colleghi vale la mia regola, forse per alcuni sì, alcuni davvero amano questo lavoro e si inventano sempre cose nuove, nuove strategie… insomma che piova, ci sia il sole, che venga il terremoto, una nevicata epocale, che cambi il turno della raccolta differenziata, che si venga lasciati, offesi, traditi, sconfitti dal mondo degli adulti, quelli che pensano di saperne di più, quando entro in classe, chiudo la porta e dico il mio ciao, tutto scompare e, cazzo, ancora dopo quindici anni provo la stessa identica emozione del primo giorno.

.Glaucopide.

collegio_docenti

Intenti

Ancora non so cosa scriverò, ci penserò questa notte.
Volevo scrivere una poesia sullo smaltimento dei materassi alla fine di una relazione, ma non ho trovato le parole giuste.
Quello che so e mi pento di non aver fatto oggi è scriverci sopra con lo spray ad aeternam memoriam: “Non voglio nemmeno più toccare le coperte dove ti sei sdraiato, dove ti senti forte”, nel mio caso anche il materasso.
C’ho messo 3 anni e mezzo per decidermi a buttare definitivamente le ultime tracce di chi mi ha spezzato il cuore e rovinato la vita, almeno fino ad oggi e quello che ho giurato a me stessa è di fare di questo tempo senza del tempo con me.
E se anche non piaccio, almeno adesso mi piace il mio letto, un letto che è solo mio. Con i miei cuscini anche, quelli contro la cervicale.
L’intenzione è sempre ottima, a volte mi scordo però che nelle intenzioni c’è sempre qualcosa da dimenticare.
In questo blog parlerò di me, dando pochi dettagli sulla mia vita reale, vi racconterò quello che posso della vita che passa, del mio lavoro, del bizzarro mondo che frequento, della mia solitudine in una città claustrofobica e bellissima, dei miei vicini rompicoglioni, del pianoforte che non so suonare, di tutti i libri che non ho ancora letto, di quelli che vorrò leggere, dei film che non ho ancora visto, di tutto quello che non riesco nè ad insegnare, nè ad imparare.
Vi racconterò anche di quanto sia difficile amare, soprattutto quando non c’è più nessuna ragione per farlo.

.Glaucopide.

Nella foto non sono io, ma la protagonista di una serie TV danese davvero bellissima, con un doppiaggio pessimo, “Rita”. Anche lei è una prof. e a parte il suo stacco di coscia siamo gemelle karmiche!1024px-Rita_(serie_televisiva)

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